tranelli

Mi sono sentito chiamare, ho aperto gli occhi di scatto, tre figure in piedi davanti a me, io sapevo che avevi dormito con me, nel mio letto, in quello piccolo e t’ho cercata ma non c’eri. Delle tre figure una è quella che pronuncia il mio nome, mio padre, che mi esorta ad alzarmi è tardi, le altre due, Domenico e Marco, vestiti entrambi con giacca di pelle marrone. Domenico mi guarda, un pò sogghigna, mi fa capire che è tardi ed io sto ancora dormendo, lo guardo ancora rincoglionito, gli chiedo cos’è che fa li nella mia camera da letto. Mi guarda, ride a mio padre, e stato lui a farlo entrare. Guardo indispettito mio padre, lui è ancora li che mi esorta, sbrigati!, è tardi. Poi Domenico mi guarda, ride anche Marco ora, mi dice che no, non è vero, ci siamo incontrati ieri sera ed io l’ho invitato a dormire con me, Marco annuisce. Con tono duro mi comunica che abbiamo dormito in tre in un letto troppo piccolo. Mi ricordo di te, dove sei?, mi alzo di scatto, sono in tuta, penso che fa molto, troppo, caldo così e corro verso la cucina. Il corridoio è uno dei corridoi più lunghi che io abbiamo mai percorso e lì incontro Franco. Franco di Anagni. Con lui Emerson, buonanima, leggono un libro, mi pare uno dei miei, non mi danno retta. Mentre penso che Franco è proprio uno stronzo e che non vale fare scherzi del genere lui mi guarda, mi riconosce e mi abbraccia, puzza di birra come sempre. Emerson in silenzio, io lo guardo curioso e Franco conferma, era tutto farso, credevamo tutti fosse morto di overdose, ma lui , furbo, se n’era tornato al suo paese. Non riesco a capire bene se sia vero o no e non me lo chiedo, stavo cercando di arrivare in cucina ed infatti è li che mi trovo. Molte persone, mia nonna, mia madre, altre. Mia nonna come non più da anni mi saluta per nome, mi riconosce. Credo stesse preparando un caffè, ma erano tutti troppo ammucchiati in un cucinino con arco. Sei seduta vicino al frigo. Pantaloni da tuta neri, forse anche una felpa nera, ma con una t-shirt verde sotto, non si vede e non la vedo, ma sò che l’hai addosso, forse te l’ho vista ‘stanotte. Mi guardi e ridi, no, forse sorridi. Mi sembri più amica del solito, c’è qualcosa in te che non riesco a percepire. C’è che ho di nuovo voglia di qualcosa. E tu ridi, mi guardi e ridi. Poi rompi il ghiaccio. Calma mi fai notare che è tardi, un pò troppo per i miei soliti orari, nel frattempo mangi qualcosa, una pizza rustica credo. Ti chiedo cos’è? Te mi guardi e prima me ne proponi un assaggio e poi mi dici che è uno sfornato di spinaci e cioccolata. E’ buffo, forse rido, sei così un pò troppo fantasiosa a volte, ma così esageri. Ho già pantaloni e scarpe. Troppa gente ma sono calmo, un senso di calma e tranquillità che raramente provo. Torno in camera e cerco il telefono, devo chiamare qualcuno, non ricordo chi. Poi ci sei te. Apro gli occhi. Fine

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